
Le origini: la licentia populandi
La storia di Montevago affonda le sue radici nel XVII secolo, in un’epoca in cui la Sicilia era ancora parte integrante della corona spagnola. Nel 1636 Girolama Xirotta Platamone, marchesa di Santa Elisabetta, acquistò i feudi di Adrigna, Serafino e Gipponeri, appartenenti alla baronia di Miserendino. In quello stesso anno ottenne dal sovrano la licentia populandi, ossia l’autorizzazione a fondare un nuovo centro abitato.
Quel documento, oggi preziosa testimonianza storica, non era solo un atto burocratico: rappresentava la nascita giuridica di una comunità, l’inizio di un progetto destinato a lasciare un segno profondo nella storia del territorio.
Sarebbe stato suo figlio, Don Rutilio Xirotta, a raccogliere l’eredità di quel privilegio e a trasformare in realtà l’idea di un borgo. Nel 1642 ottenne il titolo di Principe di Montevago, suggellando il legame indissolubile tra la sua famiglia e la nuova terra.
La visione urbanistica di Don Rutilio
La fondazione di Montevago non fu un processo casuale né improvvisato. Don Rutilio Xirotta immaginò e realizzò un impianto urbanistico rigoroso, ispirato ai modelli moderni dell’epoca, che univano ordine, funzionalità e visione sociale.
Il tracciato si sviluppava secondo una griglia ortogonale, con strade che si incrociavano ad angolo retto, dando vita a isolati rettangolari regolari e armonici. Al centro di ogni isolato si aprivano i patii, grandi cortili interni, autentico fulcro della vita quotidiana.
Qui la comunità trovava il proprio respiro: le botteghe degli artigiani, le attività agricole trasformate in prodotti utili alla vita domestica, le riunioni familiari e le occasioni conviviali che rinsaldavano i legami sociali. Il cortile, elemento tipico della tradizione mediterranea, era non solo uno spazio funzionale, ma il simbolo di un modello di vita collettiva fondato sulla condivisione.
Il cuore civico e religioso
Al centro della nuova comunità si estendeva la grande piazza della Matrice, progettata come luogo d’incontro, scambio e celebrazione.
Era qui che il progetto urbanistico di Don Rutilio trovava la sua sintesi: la piazza come spazio simbolico capace di riunire in sé il potere civile e quello religioso, il quotidiano e il trascendente.
Su di essa si affacciava la Chiesa Madre dei Santi Pietro e Paolo, costruita tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento grazie all’impegno della famiglia Gravina, subentrata agli Xirotta per via ereditaria. La cattedrale, consacrata nel 1820 e completata nel 1826 dal cardinale Pietro Gravina, rappresentava il culmine monumentale del centro abitato: una struttura imponente, con facciata a due campanili e interni solenni, in grado di trasmettere al visitatore la forza spirituale e comunitaria di Montevago.
Dalla famiglia Xirotta alla famiglia Gravina
Con il matrimonio di Girolama Xirotta con Giovanni Gravina, duca di San Michele, il titolo principesco e il borgo passarono alla casata Gravina. A partire da quel momento, Montevago entrò in una nuova fase della sua storia: sotto la guida della famiglia Gravina, la popolazione crebbe, l’impianto urbano si consolidò e sorsero nuovi quartieri e istituzioni.
La città conobbe nel Settecento un notevole sviluppo, che portò a un arricchimento delle strutture civiche e religiose. I Gravina investirono risorse per rafforzare la centralità di Montevago, lasciando come eredità più evidente la Cattedrale che ancora oggi, pur ridotta a rudere dopo il terremoto, continua a dominare la memoria storica del paese.
La tragedia del terremoto e la memoria che resiste
La notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 segna uno spartiacque tragico: il terremoto del Belìce rase al suolo gran parte del centro abitato. Le case crollarono, la Cattedrale venne distrutta, e Montevago perse in poche ore gran parte del suo patrimonio architettonico e artistico.
Eppure, dalle macerie è nata una nuova consapevolezza: i ruderi della Chiesa Madre sono oggi un “museo a cielo aperto”, spazio in cui la storia e la memoria si incontrano. Passeggiare tra quelle pietre significa rivivere i secoli di vita della comunità, dall’intuizione fondativa di Don Rutilio Xirotta alla crescita sotto i Gravina, fino alla prova dolorosa del sisma.
Un’eredità che continua
Scrivere oggi di Montevago significa riconoscere il valore di un’eredità che non è solo urbanistica e architettonica, ma soprattutto culturale e familiare.
Come erede diretto di Don Rutilio Xirotta, avverto forte la responsabilità di custodire e tramandare questo patrimonio: la griglia delle strade, i patii, la piazza e la Cattedrale non sono semplici segni di pietra, ma tracce vive di un progetto di civiltà.
Quel progetto, nato nel cuore del Seicento, seppe coniugare ordine e comunità, tradizione e innovazione. Oggi, nonostante le ferite del terremoto, Montevago continua a portarne impressa l’impronta: un’eredità che sopravvive nella memoria storica e nell’orgoglio delle nuove generazioni.